Honduras, nell’America Centrale, ha una popolazione che conta un po’ più di otto milioni di persone. Nel 2009, una contesa politica sui piani per riscrivere la Costituzione honduregna risultò nell’allontanamento del presidente Manuel Zelaya, tramite colpo di Stato da parte delle forze dominanti del Paese: capi militari, politici conservatori dei partiti Liberale e Nazionale, proprietari dei media principali, proprietari terrieri e uomini d’affari dell’oligarchica alta classe.
Roberto Micheletti Bain fu insediato come presidente ad interim e, nel novembre dello stesso anno, si tennero elezioni nazionali. Il 27 gennaio 2010 il neo eletto presidente Porfirio Lobo Sosa prese il suo posto. Ma ciò non ha messo fine alla crisi che attraversa il paese e la violenza e la repressione continuano. AWID ha parlato con Jessica Sánchez, un’attivista di “Feminists in Resistance” (FeR) del movimento di resistenza delle donne e dello stato attuale dei diritti umani delle donne in Honduras.
Il giorno in cui Fawzia Koofi nacque, sua madre la espose al sole bruciante dell’Afghanistan affinché morisse. Era ladiciannovesima nascita in una famiglia con sette mogli (il totale dei figli sarebbe poi ammontato a 23) e sua madre non voleva un’altra femmina. Nonostante le terribili ustioni, le cui cicatrici l’avrebbero accompagnata sino all’adolescenza, Fawzia sopravvisse e divenne per sua madre la figlia prediletta.
“Sono stata costretta a lasciare la scuola a 10 anni perché mi hanno data in moglie. Dopo 8 mesi ero divorziata. Vorrei che nessun’altra bambina soffrisse quello che io ho sofferto.” Madina, oggi 14enne, Sudan. Ogni anno 10 milioni di bambine vanno spose. Dappertutto, senza che il continente, la cultura, la religione o la classe sociale facciano differenza. Spose di cinque anni, sposi di cinquanta. Bambine violentate per essere reclamate come mogli. Un debito pagato con una bimba di otto anni, una faida familiare risolta con la consegna di una dodicenne.
“Tati Vao Na Lagi, Par Brahm Sharnai…”. Mio nonno mi insegnò questa preghiera quando ero bambina. La mormorava mentre si legava il turbante, lavorava in giardino e ci portava a scuola in auto tutte le mattine. Consideravo questa preghiera, questo shabad delle scritture sikh, come il segreto della sua mancanza di paura. Quando fossi cresciuta, mi dicevo, sarei diventata confidente e coraggiosa come lui. La preghiera era sulle mie labbra quando avevo vent’anni e mi stavo nascondendo in camera da letto. Un uomo della mia comunità era appena stato ucciso. Una donna pugnalata. E un’altra inseguita da una folla inferocita. I crimini dell’odio contro i musulmani eruppero attraverso gli Usa dopo l’11 settembre, ma non vennero riportati dai media.
Wajeha al-Huwaider è forse la più nota attivista saudita per i diritti delle donne, i diritti umani e la democrazia. Ha protestato energicamente contro la mancanza di leggi formali nel regno (supplisce il Corano) e di libertà basilari, in particolare contro il sistema di “tutela” grazie al quale ogni femmina, dalla nascita alla morte, necessita del permesso di un parente maschio per prendere decisioni in ogni area importante della sua vita: istruzione, viaggi, matrimonio, impiego, danaro e persino interventi chirurgici.