I Centri Antiviolenza dell’Emilia-Romagna per lo ius soli

Come Centri Antiviolenza vorremmo esprimerci, a partire dalla nostra esperienza di incontro con donne vittime di violenza maschile, sul disegno di legge attualmente in Parlamento sullo Ius Soli e che riguarda la cittadinanza ai/alle nat* da genitori migranti.

L’incontro con le storie di tante giovani donne nate o cresciute in Italia ci fa dire con cognizione di causa quanto maggiori siano il rischio e l’esposizione alla violenza quando la precarietà vissuta da una donna non è solo materiale, ma coinvolge l’esistenza a trecentosessanta gradi perché riguarda il divenire irregolari o il venire espulse dall’unico paese in cui si sia mai vissute. Un rischio che indebolisce il desiderio e le risorse per l’autodeterminazione di migliaia e migliaia di giovani donne, compromettendo il loro progetto di vita.

Inoltre c’è un secondo aspetto di cui raramente si tiene conto nel dibattito sulla piena cittadinanza dei e delle nat* in Italia da genitori migranti, e che invece noi conosciamo bene per il nostro lavoro nei Centri Antiviolenza: è la ricaduta pratica sulle vite delle madri dei bambini e delle bambine a cui è negato questo diritto.

Non di rado nei nostri Centri incontriamo donne che vivendo una situazione di maltrattamenti debbono tenere conto, tra i tanti deterrenti al percorso di uscita dalla violenza, del ricatto imposto dai documenti di soggiorno legati al marito/padre violento. Infatti non c’è in gioco solo il proprio titolo di soggiorno ma – e qui il ricatto si fa ancora più subdolo – quello dei figli e delle figlie, che rischiano di diventare irregolari nonostante siano nati o cresciuti in Italia nel momento in cui seguano la madre in un nuovo progetto di vita.

Una minaccia che vede alleati il maltrattante e le attuali leggi sull’immigrazione vigenti in Italia, e rispetto alle quali l’introduzione dello Ius Soli rappresenterebbe una misura assolutamente necessaria e doverosa per contrastare la violenza maschile e istituzionale contro le donne ma, a nostro parere, ancora insufficiente a garantire l’autodeterminazione delle donne che vogliano costruire un progetto di vita indipendente da padre o marito.

Inoltre crediamo che la condizione posta dall’attuale disegno di legge, che vincola la richiesta di cittadinanza al fatto che il genitore che fa richiesta per il minore sia in possesso di un permesso di soggiorno di lungo periodo (il cui ottenimento a sua volta dipende da diversi requisiti per nulla scontati, per esempio una certa soglia di reddito), nei fatti non faccia altro che alzare ulteriormente l’asticella della difficoltà per donne che si trovino in una situazione di prevaricazione, controllo e violenza e vogliano riprogettare la propria vita in maniera autonoma dall’ex partner.

Gruppo Osservatorio sulla Migrazione Femminile

Coordinamento dei Centri Antiviolenza dell’Emilia-Romagna

Referente per la stampa:

Serena Corsi, Lunenomadi – Nondasola (Reggio Emilia): 3407777991

Bologna, 27 Ottobre 2017